La Donna Toro

Le mucche sono più avanti di tutti: esse inventarono per sé il ruminare e il giacere al sole. Inoltre si astengono da tutti i pensieri grevi, flatulenti per il cuore.

Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra

Secondo gli astrologi sono proprio una Donna Toro: è il mio segno e anche il mio ascendente. Io nell’astrologia non ci credo granché, ma mi sento abbastanza a mio agio a immaginarmi Mucca.

 

Una mucca mite, pigra, lenta.

 

A volte però, di fronte a provocazioni e ingiustizie mi lancio a testa bassa, con le corna, proprio come un toro nell’arena. Nella corrida il toro, ferito e spaventato, non può fare a meno di correre furiosamente contro il torero che lo provoca. Al torero basta un saltello, uno scarto laterale, per spiazzare il pesante toro e infilzarlo con la sua spada.

Ecco, a volte mi arrabbio in una maniera così pervasiva, così poco lucida da diventare pericolosa e nel contempo fragilissima. E infatti posso fare del male, ma più spesso mi faccio del male andandomi a infilzare dritta dritta nelle spade del torero di turno (il mio compagno, i miei figli, i miei alunni…); ogni volta che mi arrabbio di quella rabbia taurina e furiosa ne esco a pezzi, spossata e dolorante.

 

Il mondo è più leggero e veloce.

 

Qualche giorno prima della partenza per l’Elba raccontavo alle amiche Viola e Gomez di questa identificazione con il mio simbolo zodiacale; poco dopo mi sono ritrovata tra le mani una grande maschera da Toro in cartapesta, con un’espressione davvero poco spaventosa. Gomez l’aveva realizzata anni fa per uno spettacolo sul Minotauro, poi Viola l’aveva salvata dalle “pulizie di primavera” e ora mi incoraggiava a usarla per il mio personaggio nel Corpo che sogna.

Per la realizzazione del video ognuna aveva tirato le fila del suo percorso personale e immaginato un possibile “stereotipo” da abitare. Ma io, pigra e lenta mucca, non avevo ancora la più pallida idea di cosa fare e questo era pur sempre un punto di partenza…

Sono arrivata a Rio Marina con un giorno di ritardo, sul sedile posteriore la mia maschera del toro, in testa visioni confuse e molti dubbi; ma il lavoro era già partito alla grande e sono stata risucchiata in un vortice di attività intensa, in uno strano stato di grazia.

 

 

È l’ultimo giorno di riprese e io devo ancora fare la mia scena.

Ostento tranquillità anche a me stessa, ma bevo troppo caffé e il mio cuore fa i capricci; ho bisogno di farmi coccolare a lungo per farlo smettere. Siamo in una bella spiaggia di sassi chiari, il sole splende, il mare è calmo e tranquillo. Indosso una sottoveste che Silvia mi regalò anni fa e che non avevo mai messo. Non mi so decidere tra i miei scarponi e un paio di décolleté rosse che Tiziana mi ha messo a disposizione. Ne indosso una e una per prova... acclamazione generale, va bene così.

Andiamo.

Far pace con la bestia.

 

Vorrei dare l’impressione di uscire dalla terra e striscio sul bagnasciuga a quattro zampe fino ad alzarmi.

Cerco un equilibrio sul décolleté rosso, la mia femminilità sempre in bilico; voglio elevarmi verso l’alto con grazia, ma il tacco sprofonda inesorabile tra i ciottoli.

Lo scarpone nero è enorme, pesante; mi sento ancorata al suolo e paradossalmente leggera, come un palloncino legato a un filo.

Danzo la rabbia che sale e mi avvento sul drappo rosso una, due volte. Certo che non ci credo completamente e spero che l’effetto sia un po’ comico.

Appare un velo bianco, non gli vado incontro con la testa ma con le mani e lui si lascia afferrare; è leggero e la brezza marina lo muove.

Torno verso il mare, mi siedo, tolgo la maschera.

Sento Helena che si avvicina. Guarda in macchina, dice.

Guardo in macchina.

Un occhio nero grande e profondo mi scruta senza nessun sorriso. Panico totale. Accarezzo meccanicamente la maschera che vorrei avere ancora addosso, tra me e lo sguardo del mondo.

La videocamera si allontana, torno ad ascoltare il mare; via le scarpe, mi sdraio, abbraccio il toro; sono coperta dal velo bianco, lo stesso che tirerò fuori dall’acqua fredda e trasparente del lavatoio nella scena successiva.

Ho fatto pace con la bestia.

Fatto, finito.

No no, c’è da fare il primo piano! Un po’ stordita, seguo Helena davanti al canneto. Guarda in macchina, dice. Ho il sole negli occhi e sento la faccia contrarsi, sarà una smorfia inguardabile. Sorrisetto imbarazzato.

 

Nel mio panico davanti all’obiettivo riconosco quella paura di non essere abbastanza di cui parla Tina. Mai abbastanza qualcosa per essere amate, per amarsi.

È una bestia più subdola dell’impulsivo toro e si impossessa di me quando vedo le riprese: non sono soddisfatta di quello che ho fatto e non mi piace quello sguardo che lancio al mondo, non mi rappresenta, non è abbastanza.

È una bestia intelligente, con un occhio critico privo di empatia. Sarò preda del suo nero giudizio anche riguardando il nostro film da sola, nelle settimane successive ai giorni elbani. E soffrirò di tutte le imperfezioni, le mancanze, le ripetizioni, e lo giudicherò troppo lento, pesante, poco sorprendente, e mi sembrerà che siamo state presuntuose a voler usare il linguaggio della rappresentazione, perché non siamo abbastanza attrici-cantanti-ballerine-drammaturghe-registe-coreografe…

 

Per fortuna non sono sola! Per fortuna c’è una rete che mi accoglie, mi ascolta, mi prende in giro, mi aiuta ad accettare i miei, i nostri limiti. Siamo tutti abbastanza umani da essere imperfetti; la nostra fragilità ci commuove, ci rende solidali, ci fa amare.

Anche questo nostro film è una fragile creatura, l'abbiamo messa al mondo e adesso vive di vita propria – sul web, nelle presentazioni pubbliche, nei dvd. È lo specchio della nostra umanità e speriamo che qualcuno, guardandolo, possa vedere qualcosa di sé come noi ci siamo rispecchiate continuamente l'una nell'altra in questi anni.

Siamo tutte donne divise, celate, legate e imbavagliate, autolesioniste, prede di illusioni, impegnate a far le brave per guadagnarci una medaglia che ci consenta un po' di libertà e di amore... siamo bambine ferite e grazie a questo possiamo riconoscere e con-patire le ferite altrui. La condivisione alleggerisce, crea un senso di comunanza che dà forza e allegria. Allora possiamo cantare per ore canzoni che non sappiamo, ballare tradizioni che non ci appartengono, improvvisare rituali dal sapore antico nella difforme unicità del momento presente.

Sotto lo scoglio nero delle nostre paure e debolezze non c’è nulla, solo vento.


Un immenso grazie a Silva, artista di anime.

                   

                                                                                                                                                                        Simona Corsi