LO SCOGLIO

 

Fare lo scoglio, non più l’onda

Cesare Pavese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In mezzo alla musica e ai miei passi – Subito dopo –

Sarò la prima scena, il vero inizio.

 

Molto vento e onde, una brutta giornata d’estate, scura, senza sole.

Sono lì, al mio posto, che ondeggio tra l’aspettare e l’andare, uno scoglio nero come la pece.

La pece mi ricorda il mare.

Ho una forma strana. Mi alzo respirando con fatica, mi muovo con fatica. La mia forma cambia un po’ varie volte…

Sono nerissima.

Cerco di liberarmi velocemente da tutto questo nero che mi opprime e non mi fa respirare. È pesante, mi confonde.

Ho bisogno di scoprire la faccia, di respirare. Cerco di scoprirmi e mentre lo faccio cado, distrutta.

Sono stanchissima. Mi rialzo. Vecchia, stanca, delusa, seria, disincantata, sì…

nera disincantata.

Ci riprovo ma crollo giù.

 

La dipendenza, la donna-bambina, la paura ancestrale, vivere aggrappata.

 

La bambina non rideva, era primitiva, ferma.

 

Tentativi di essere nel mondo: l’imbarazzo, la vergogna, la timidezza, la goffaggine, la bruttezza, il senso di inferiorità... la chiusura, i segreti, il peso.

 

La falsa indipendenza, forza e autonomia, la rabbia.

”Non ho bisogno di niente, soprattutto di te…”

Una bambina che non era piccola… la paura dell’isolamento… il nascondermi, la timidezza, la paura degli altri, l’allontanamento da me stessa, me segreta e nascosta, la non presenza nel vivere, assente a me.

 

Il mio bisogno/percorso: passo da me, dalle mie incarnazioni/identificazioni, dentro, dentro le emozioni, le sensazioni, la sofferenza reale o che emerge, e piano piano mi allontano, si allontanano…

 

Durante i diversi incontri di Femmine Difformi mi sono accorta di essermi sempre identificata con me stessa al punto tale da avere moltissime difficoltà col mettermi in scena, mi sono impersonata così seriamente da impersonare la verità, da non poter essere un personaggio… completamente dentro da non trovare un lato o degli elementi simbolici… molta serietà e poco gioco.

 

Verso l’autenticità: la libertà di essere e di sentirmi, la gioia e la pace dell’essere presente a me stessa, senza muri in mezzo di desideri, aspirazioni, giudizi, delle mie e delle loro voci, parole, sguardi, silenzi, dell’apparenza (comportamenti, vestiti, parole, espressioni...).

 

La bambina, ormai donna, corre libera e, come immaginava da piccola prima di addormentarsi, è vestita di stracci, è primitiva, e così sta bene… è sporca, selvaggia, ma si sente bene così primitiva… libera dal rifugio dei ricordi, delle memorie.

Passo da me per lasciare andare me… e ritrovarmi, senza un pubblico, senza sentirmi sola ma felice… vestita di stracci, di niente, perché non rappresento niente, nessun ruolo, nessuna figura, nessuna professione, nulla da dimostrare… mi mostro così… l’immagine è niente… una donna contenta di essere libera dalla sua storia e dalle sue figure… una donna che sente, ma che pensa poco…

…perché nella donna ormai molto adulta la libertà cos’è?

un sereno disincanto che piano piano subentra all’intensità

ma come?

 

Perché questo possa accadere ho bisogno di sentirmi al sicuro, nella piena fiducia. Nel gruppo e nel progetto di Femmine Difformi mi sono trovata a casa, al sicuro, in una comunità di esseri simili e in un’avventura comune; sì, ho vissuto questo film/documentario, Il corpo che sogna, insieme, come un’avventura, con lo spirito di un gioco, un’area d’esperienza libera dove al momento ho bisogno di stare (il grande psicanalista Donald Winnicott parlava del gioco del bambino come di un’area intermedia tra l’interno e l’esterno che nell’adulto diventa l’area dell’esperienza culturale: ma per giocare liberamente bisogna prima di tutto sentirsi al sicuro).

 

Il gruppo, Femmine Difformi: se qualcosa è possibile è perché c’è il gruppo dove e con cui sento fiducia e protezione… è possibile sperimentare vecchie cose e poi nuove. È quello che è accaduto qui, con Femmine Difformi e Cine sin autor, all’Elba, dove i confini personali delle nostre storie e vite si sono persi e abbiamo potuto vivere quello che sentivamo, che siamo state, la vita comune, incondizionata e in trasformazione.

 

Ho intuito e compreso molte cose di me sentendo, vedendo e ascoltando le altre donne, le loro scene e racconti a volte conturbanti, toccanti... non sarebbe successo senza. Immagini, figure, sentimenti, sensazioni che circolano e risuonano nel nostro spazio e nel campo che si crea di volta in volta… mi sono riconosciuta, ricordata.

 

Sì, risuonano.

Risonanza forse è una delle parole chiave.

 

Ultima scena, costruita insieme a qualche altra donna in un attimo, nata da un’idea che stava sorgendo in me per caso e che è stata presa sul serio.

 

Lo scoglio, sempre lì, al suo posto, sempre uguale a se stesso, trasformato lentamente solo dalle forze esterne della vita.

 

Sono io veramente che riprendo la mia forma di scoglio dell’inizio.

Ora la giornata è bella, c’è il sole, il mare è azzurro e abbastanza calmo.

Ondeggio, no, svolazzo.

Arriva una mano familiare, affettuosa.

Non c’è niente. Qualcosa è successo.

Sono libera, presente, in mezzo alla musica.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 Beatrice Aricò