LE MEDAGLIE

 

Freddi feticci da appuntare sulle ferite invisibili allo sguardo distratto.

Medaglie: arido, prezioso, sterile metallo, illusione di scompensato bisogno d'amore.

E il corpo ha espresso per me ciò che forse mai sono riuscita a dire fino in fondo. 

Il dover essere, il dover stare, il non dover gridare o ridere.

Le regole, la rigidità, il freddo che blocca il corpo, l'anima.

Si congela l'urlo e il canto.

Un corridoio grande, due file di mattonelle lungo cui procedere una dietro l’altra, ordinate, in silenzio.

Il silenzio. 

In fondo, dietro la grande porta a due battenti: il premio…

 

Le medaglie.

Freddi feticci da appuntare sulle ferite invisibili allo sguardo distratto.

Medaglie: arido, prezioso, sterile metallo, illusione di scompensato bisogno d'amore.

Tendo le mani bendate in un contatto precluso a sentire il fluire delle cose: ho paura? desiderio? Ho la testa pesante, il cuore confuso, non riesco a capire.

Nella valigia congelati sogni, aborti di vita.

Doloroso tornare, straziante partire.

Dove sono? Non lo so

Non so dove andare, nessuno mi aspetta.

Silenzioso il mio grido si disperde in occhi sfuggenti.

 

Così, in una giornata di nuvole e vento, su un’isola che indossava panni autunnali, ho scorto fra gli scogli un contorto intreccio di ferro.

Una sartia abbandonata.

L’ho raccolta.

Al traliccio rugginoso ho legato la scarpetta dorata.

Imbrigliata, la valigia ingombrante, il cuore trafitto da mille medaglie, una veste pesante, severa.

Lo sguardo impedito da un rigido feltro, la bocca cucita in un urlato silenzio.

Insensibili mani escluse dal tocco del vento.

Ho escluso il mio cuore alla bellezza del mondo.

Ho inchiodato i miei sogni a fantasmi cattivi.

Ho aspettato in un lungo, rigido ondeggiare che il vento e il mare mi sussurrassero una rotta, una via da seguire.

Ho atteso una vita di attimi di eterna lunghezza.

Perduto lo sguardo, irrigidito il mio corpo, inchiodata a un niente.

Inconsapevole della Possibilità.

 

C’è sempre una Possibilità. È lì, appena distante da noi, ma spesso non abbiamo occhi, orecchie per vederla, ascoltarla. Non abbiamo il coraggio di chiamarla con voce chiara.

Una Possibilità io l’ho trovata nel gruppo delle Femmine Difformi.

Ho sdipanato e addipanato il filo rosso delle emozioni, delle memorie scritte nel corpo. 

Ho intessuto trame in un ordito di altri corpi, altre storie.

Sono stata fibra e tessuto.

Ha parlato per me il mio corpo.

Il mio corpo ha chiesto di essere visto. 

Emozioni sotterranee si sono incarnate con l'incanto dell'arte.

Poi sono stata acqua, aria, pulviscolo di luce. 

E il cuore si è fatto grande.

Ho raccolto i suoi frammenti fra sabbia e sassi roventi.

Li ho guardati, ascoltati, percepito il loro sussurro insidioso.

Li ho raccolti e li ho salutati in silenzio.

Guardiani silenti custodi di un profondo mistero li hanno accompagnati verso un altro destino.

Poi il tonfo dell'onda ha narrato di un'altra Possibilità

E mi sono affidata al mare.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             Tizana Moggi