ORIGINE

 

Spogliarsi da abiti accumulati nei secoli

Graffiare, scrostare, incidere

per ritrovare

la nudità

vera autentica selvatica

libera dal giudizio maschile

e dal risentimento femminile

 

 

Negli ultimi vent’anni la mia ricerca umana e artistica si è concentrata

sull’osservazione delle relazioni tra ruoli femminili e società: dai riti di

fertilità rivolti alla Terra madre, creatrice di vita e accoglienza, fino

ai modelli stereotipi impressi sulla nostra pelle dalla storia e dalla cultura

occidentale.  

Nel 2011 sono nate alcune matrici, una serie di pitture e collages che

rappresentavano stravaganti personaggi femminili.

Mi sono presa del tempo per stare con queste strane figure, per

conoscerle e comprenderle. Mi apparivano come dei ritratti, una sorta

di insight profondo in cui il racconto visivo si svelava disegnando un

intarsio caleidoscopico.

Lentamente si è sviluppata l’idea di una tessitura in cui immagini di

donne interagivano tra loro con le loro storie anche se ognuna aveva

un proprio spazio definito.

Ispirata alle Femmine Folli di Nancy Spero*, che ho citato in un paio di

collage proprio perché sento un’appassionata vicinanza al suo lavoro

artistico e politico, ho voluto chiamare questa serie di figure Femmine Difformi.

Le Icone mi hanno permesso di mettere insieme i pezzi, la mia storia di donna, il

percorso controcorrente, frammenti introspettivi in dialogo con vissuti sociali:

migliaia di femmine difformi si dibattono inquiete dentro di me per trovare la loro dimensione essenziale.

La vibrazione comune di quei personaggi partoriti dall’istinto è l’urgenza di rompere schemi e forme precostituite, un bisogno impellente di trovare il proprio Essere, sete primitiva di difformità, contestazione e rifiuto di modelli imposti e non condivisi.

Da quando l’idea ha trovato la strada per realizzare tutto il potenziale che conteneva, il passo successivo è stato quello di capire come mettere in ordine i cartoni strappati e quelle femmine nervose in attesa di un luogo dove raccontare la propria verità.

Lasciando che le emozioni fossero libere di emergere davanti alle immagini create, ho percepito quella narrazione come inscindibile dalla mia interiorità, carica di vissuti ed esperienze che mi hanno plasmata.

Intuivo la complessità di quel materiale così intimo che volevo assolutamente condividere, era solo l’inizio in solitudine di un lungo cammino da fare insieme con altre donne.

Nata nel 1926 negli Stati Uniti e scomparsa nel 2009, Nancy Spero ha vissuto la sua lunga vita artistica misurandosi con il quotidiano, cercando di offrire attraverso il suo agire artistico visioni nuove, illuminanti, diverse da quelle usualmente diffuse dai canali del potere; immagini sempre attuali costruite per denunciare l’omologazione nei suoi aspetti più devastanti ed emarginanti. La Spero ha sempre cercato di mettere in discussione l'apparenza deviante della realtà, così come presentata dai mezzi ufficiali, offrendo alternative ad un immaginario indotto, contestandolo sempre nelle sue manifestazioni più scontate per riuscire a relativizzare il potere consolidato.

da archivioarte.com   articolo di Giacomo Belloni

 

Le Icone semi di un progetto relazionale

Il corpo femminile è protagonista in ogni collage, dalla Madre alle fotomodelle ricostruite con chirurgie deformanti, dal corpo di alcune donne del collettivo che hanno collaborato attivamente al progetto, al mio corpo che chiedeva di essere svincolato dai limiti della simulazione.

Le prime 11 matrici mostrano alcuni stereotipi della cultura occidentale schizzati da un dripping di vissuti personali.

Nella composizione faccio uso soprattutto di pezzi di corpo presi in prestito da fotomodelle di giornali di moda: gambe, schiene, seni e volti esteticamente perfetti, ma che in un assemblaggio maldestro appaiono asimmetrici e squilibrati.

Questa prima parte della ricerca pittorica è stata il punto di partenza del percorso di condivisione con altre donne, da cui sono emerse analisi, discussioni, riflessioni, racconti di esperienze.

Da qui nascerà Femmine Difformi Project, (FD) un’apertura della ricerca sugli stereotipi ad altre donne.

 

Le successive 11 matrici riguardano invece le infinite possibilità di uscire dalla gabbia delle imposizioni e dei condizionamenti per trovare una propria metamorfosi. E' qui che la ricerca pittorica viene contaminata dalle esperienze vissute insieme al collettivo FD e la parola chiave che unisce i due mondi è trasformazione

In questa parte del lavoro ho utilizzato la fotografia per esplorare il tema della difformità, una ricerca non classica sul nudo femminile: corpi con la loro forma naturale, rughe, posture, pance e seni autentici; donne vere di solito giudicate inadeguate rispetto all'ideale proposto nelle società patriarcali.

Alcune di queste foto sono diventate parte vitale delle Icone, donne “comuni” senza ritocchi o trucchi si sono sostituite alle modelle da copertina della prima serie.

Per alcune rappresentazioni ho sentito la necessità di mettere in gioco il mio corpo producendo una serie di autoscatti scaturiti da un percorso emotivo.

Ho lavorato in modo gestaltico - l'emozione che scolpisce il corpo - su postura

e nudità, in cerca di  forme espressive che potessero smascherare la persona,

evidenziandone vulnerabilità e forza.

 

Nel procedere empirico di questo lavoro, che è parallelo a un mio percorso

interiore, ho intuito nuove forme possibili: corpi, azioni e posture in grado di

contrastare condizionamenti sociali e culturali. Un modo di immaginare e poi

incarnare cambiamenti e soluzioni creative. 

Questo ricercare trasformazioni possibili esplorando tra i corpi e le emozioni

ha fatto da linea guida e da ponte tra il mio cammino pittorico solitario e le

acquisizioni fatte in gruppo. Abbiamo scoperto insieme come sia potenziante

e catartico condividere i propri vissuti.

È a partire da situazioni quotidiane che ogni donna ha la possibilità di

disubbidire a modelli imposti; forse all’inizio è una lotta contro se stesse e la

propria sottomissione, ma un repentino lacerare la “camicia di forza” che

siamo state costrette a portare produce mutamenti profondi.

È l’incontro che ogni donna può avere con la propria Forza, un potenziale

così sconosciuto che appare come un nemico ma che si può rivelare un

alleato.

Proprio nell’Icona n.11, La Forza, che rappresenta un primo passo verso

un rinnovamento di sè, ho utilizzato un’immagine di repertorio, un’internata in

manicomio all’inizio del ‘900, alla quale ho voluto restituire simbolicamente la

possibilità di uscire dalla costrizione dell’istituzione totale*.

di Silva Masini

L'istituzione totale è un luogo dove le persone vengono relegate per un certo periodo di tempo perché

considerate pericolose per sé stesse o per gli altri (es. manicomi, prigioni)  oppure per il raggiungimento di

specifici scopi (es. monasteri, furerie militari). Vengono definite “totali” perche eliminano le diverse

dimensioni esistenziali dell’individuo, unificando in uno stesso luogo e sotto un’unica autorità, che

generalmente esercita un controllo assiduo su tutte le attività quotidiane.