Manuale di atti sovversivi

pubblicato su Nazione Indiana il 15 dicembre 2017

Judite Canha Fernandes è nata a Funchal, sull’isola di Madeira, nel 1971. È performer, femminista, curinga (di Teatro dell’Oppresso/a), scrittrice, bibliotecaria, attivista, madre e ricercatrice, senza un ordine preciso, ed è stata rappresentante europea nel Comité International della Marcia Mondiale delle Donne tra il 2010 e il 2016.

Le sue opere spaziano dalla poesia al teatro, dalla letteratura per l’infanzia ai racconti brevi. I componimenti che presento, tradotti da me, fanno parte del «Manuale di atti sovversivi», pubblicato nella raccolta O mais difícil do capitalismo é encontrar o sítio onde pôr as bombas (La cosa più difficile del capitalismo è trovare il posto dove mettere le bombe, Urutau Editora, São Paulo, Brasil. Poesia, 2017, inedita in italiano). Il Manuale nasce da un esperimento di creazione collettiva. Judite ha chiesto a un certo numero di persone di dirle un gesto – un semplice gesto privato – che ognuno di loro fa, quotidianamente o meno, contro il capitalismo. Il risultato è un manuale poetico e collettivo straripante di idee sovversive.

manuale di atti sovversivi

II. (atti di ricapitalizzazione)

decoro la casa con mobili e fiori di strada smetto di mangiare carne spengo la tv sono inutile non servo (non servo per sposarmi non servo per lavorare non servo per dare l’esempio l’arte non serve a niente io non servo) offro arte sulla via pubblica faccio la pipì nei prati. faccio e disfo i colori riutilizzo i dolori, gli amori, il tempo.

pago l’affitto in collettivo, secondo i redditi o la loro mancanza.

faccio pupazzi da dito e li scambio per la lana delle vicine cerco il nome di una poetessa dell’Ottocento fra i contatti del telefonino uso i vestiti di mia madre tengo i soldi sotto al cuscino bevo il caffè del commercio equo.

il problema è che ogni volta che voglio mettere una bomba contro il capitalismo, nel frattempo lo uso. (perdonami signore, perché pecco di ridondanza. attraggo e capto fondi di capitale per distruggere nidi di capitale) per costruire la bomba (o la faccio in un picnic) o cerco la ricetta su internet chiedo un prestito a una banca vado a far compere al centro commerciale e non so mai dove mettere la bomba.

divorzio da un bancario. (e quella banca non sarà mai più la stessa: bca banif santander)

torno a casa semino il mio orto condivido semi faccio pacchettini che vengono da regali precedenti scrivo lettere su carta sottile e le digitalizzo per mandarle a te.

*

III. (atti di collettivizzazione)

non ho proprietà privata nel frigorifero, cucino sempre amore collettivo.

cerco di esistere liberamente o libera dalla mente, non so. converso per via telepatica trasformo casa mia in un festival gratuito e ripeto tutti i gesti. di tutte le infanzie. di tutte le domande. amo come se il cuore fosse una bomba a orologeria, inserisco una frase poetica nella traduzione di una lettera commerciale sopporto il calore delle profondità vulcaniche senza reagire.

senza reagire cuocio l’argilla fino a essere capace di decidere per me quel che vorrò.

sono l’eroina inevitabile delle mie routine.

empatia. urgentemente. (era ancora il 19 gennaio del 1923 e si diceva già la stessa cosa)

allatto mio figlio. posso alimentare con il mio stesso corpo la vita bella e semplice, spontanea e miracolosa.

o anche no. non sono madre. non mi riproduco. bacio persone dagli organi riproduttivi uguali ai miei per la strada. occupo una casa, uno squat. mi ricordo tutti i giorni che sono bella anche quando il mondo insiste a dire che sono brutta. mi ricordo tutti i giorni della bellezza anche quando il mondo mi spaventa. mi ricordo e mi meraviglio tutti i giorni.

imparo che l’amore non dipende da una sola persona. sola soltanto.

per niente sola, fra tanti passeri in cerca di una poesia collettiva.

*

IV. [atti d’azione (diretta)]

racconto la mia storia. (alle persone non piace ascoltare sofferenza altrui, per questo racconto sempre la mia storia e la mia storia è quella che nessuno vuole ascoltare.)

ho riunioni felici e riunioni difficili.

nel mezzo di una città prodigiosa, faccio graffiti su cartelli d’annunci (soprattutto su quelli che vendono felicità) sputo fuoco e poi la manifestazione avanza, viola e siderale. disfo demolizioni e nel mezzo delle aggressioni, grido all’uniforme: “la pace, il pane, la casa”.

la pace il pane la casa.

occupo il banco de portugal poi l’azienda sanitaria locale.

mi amo. (eccoti una bomba, industria cosmetica! eccoti un’altra bomba, industria farmaceutica! e un’altra, apparato psico-psichiatrico!)

restituisco la mia tessera militare come obiettore di coscienza, restituisco alla pide tutti i dischi di zeca afonso meno uno. questo lo ascoltiamo nello sgabuzzino tra spavento e confusione.

una volta ho fatto passare in televisione un disco che sputava su george w. bush dicendo che era una ballata romantica. iniziava così: george era un bambino basso molto più basso del comune. mi ricordo benissimo di voler assaltare una banca. più di tutto. (più di fare vendita diretta dei miei cd alla fnac) entrerei con la tuta da sub dal condotto della via costiera e poi capirei il capitale è un cubo d’acciaio con la serratura su un lato che trattiene l’aria all’interno.

per fortuna mia ho un mini server in casa, la mia cloud proprio sul letto. lo stato, per sapere dei miei sogni, deve sfondare la porta, e google non ha ancora salvato il mio pensiero.

*

V. (atti del fine settimana)

di venerdì non produco, fingo soltanto. ho allargato il fine settimana – i take my time i make my time – uso i miei piedi e una bicicletta usata dedico il mio tempo ed energia a cose inutili coltivo la distrazione, faccio cose senza senso lavoro con scambi non monetari, non contabili, effimeri e imprevisti con persone che non conosco e altre che amo.

i fine settimana sono per i lavori dell’anima: tessere mazzi d’incenso, propagare erbe prendersi cura dei fiori.

non mi depilo. resto lì, il ginecologo non sa bene che fare con le mani e io serena, in mezzo ai peli, mi riconosco bella, riservata e domestica.

nella casa accanto, durante una valutazione strategica del funzionamento, un ateo risponde al questionario su quale pensa che sarà il futuro dell’impresa: “il futuro appartiene a dio.” e dio danzò, e io con lui. danzare è stata. sempre. una delle mie sovversioni preferite. atto ad atto permanentemente sana anche quando svengo o quasi sparisco perché sono la speranza e non c’è antidoto più sovversivo.

a cura di Serena Cacchioli

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