Oksana Shachko, morte di una femminista

19.09.2018

Pubblicato su Nazione Indiana by Renata Morresi

 

 

Alla fine quel “siete tutti finti”, sulla sua pagina Instagram, è il suo testamento. A 31 anni ci ha lasciato, lo scorso 23 luglio,  Oksana Shachko, co-fondatrice del movimento Femen, suicida a Parigi in un appartamento piccolo e spoglio dove viveva e dipingeva. La politica l’aveva delusa e l’arte non l’ha salvata. Nella sua rivolta e nella sua sofferenza è evidente la sproporzione di forze tra la ragazza che affrontava la polizia a seno nudo e dipingeva arcangeli femmina e altre figure, ispirandosi alla tradizione delle icone, e un patriarcato tornato, negli ultimi decenni, offensivo e soverchiante coi fondamentalismi e le destre, ma non da meno nelle varie anime della sinistra.

 

Le Femen le aveva lasciate nel 2013 e con l’attuale leader Inna Shevchenko sembra non ci fossero più contatti, ma era rimasta vigile e combattiva. Nel film documentario di Alain Margot del 2014 “Je suis Femen” Oksana racconta della prima loro campagna: “L’Ucraina non è un bordello” e di come volessero difendere l’immagine delle giovani connazionali spesso costrette ad emigrare e quindi preda della tratta della prostituzione o di rapporti di potere fortemente diseguali con uomini a cui faceva fin troppo comodo avere a disposizione ragazze povere e ignoranti. La caduta dell’Unione Sovietica tra le molte macerie si è lasciata dietro una scia di umanità profanata e schernita, a cui le Femen hanno restituito la voce.

 

Dal 2008 le loro azioni hanno conquistato i media di tutto il mondo, facendo discutere e dividendo gli animi, anche perché l’idea di creare il gruppo era di un uomo, tale Viktor Sviatski che cercava facile pubblicità scegliendo le militanti più carine e giovani. Per questo e altri motivi non a tutte/i sono piaciute, troppa aura teatrale, anche secondo la sottoscritta, anche se non sfuggiva quel senso dimostrativo appartenuto al primo femminismo. Anna Hutsol, un’altra delle co-fondatrici del gruppo, parlando di Oksana Shachko, all’annuncio della morte l’ha definita “La più coraggiosa e la più vulnerabile”.

 

Le leader riconosciute erano, inizialmente, Oksana Shachko, Anna Hutsol e Sasha Shevchenko e volevano semplicemente giustizia per le donne e la fine delle discriminazioni. In ogni gruppo politicizzato gli abbandoni, il cambiamento personale e idee discordanti portano poi su altre strade. Una vignetta di Charlie Hebdo che saluta Oksana con un arrivederci, mentre sullo sfondo una gruppo di nuove Femen mette in fuga l’ordine costituito fa quasi il punto sulla situazione attuale.

 

Il suicidio è un’affermazione forte, ma insieme evidenzia che molti fattori vi concorrono. Per Oksana Shachko oltre alle probabili delusioni esistenziali potrebbero avere influito la povertà estrema (nel suo appartamento c’era solo l’armadio a cui si è impiccata) e quella sofferenza che viene dalla solitudine unita a un impulso spirituale non chiaro. Da giovanissima voleva farsi suora, i suoi la fecero desistere e la vita e l’abitudine alla riflessione la portarono altrove. I suoi dipinti sono un segno della sua indipendenza, ma anche del suo isolamento. Quale tormento, tra realtà e arte, l’abbia infine convinta di non farcela più non lo sapremo mai.

 

Si è lanciata contro il patriarcato con l’orgoglio di una giovinezza bellissima e con parole di una semplicità folgorante. Difficile immaginare, solo pochi anni prima apparissero le Femen, quanto la visione di un seno nudo potesse assumere un significato non ludico in un mondo occidentale che vive semi-svestito.

 

Il video in cui si vedono dei poliziotti rincorrere un’attivista con una grande mantella nera per nasconderla agli occhi di tutti, mi ha fatto pensare a quanto sia vecchio e nuovo l’apparato censorio. Una censura è sempre una sconfitta, è lì a dire che una crepa è stata scoperta.

 

In un sistema che si mostra come onnipotente sono, guarda caso, i corpi delle donne a indicare cosa c’è dopo l’irrealtà dei primi piani di chi ci governa. Siano il Vaticano, il politico di turno o gli ayatollah di ogni sorta, è la loro ossessione verso un corpo che sentono anarchico e desiderabile a mostrarli per ciò che sono: esseri violenti che solo esercitando la violenza, la sottomissione e il controllo possono stare in piedi.

 

Il desiderio di controllare qualcuno mostra che si vuole usarlo. È la stessa sorte riservata agli animali e agli oggetti. Nel desiderio maschile pornografico le donne sono un miscuglio di animale e oggetto e insieme qualcosa che sconfina nella servitù della gleba o nello schiavismo. Del resto i lavori di cura sono un pre-inferno per molte ed è emblematico che chi vuole cambiare il mondo non pensi mai di cominciare da qui.

 

Il riscatto per la morte di Oksana sono le vite di tante donne a cui abbiamo dovuto guardare e a cui qualcosa è stato restituito, ma è ancora troppo poco. Troppe vite infrante chiedono una giustizia senza se e senza ma. Troppe vite ridotte al puro lavoro di servizio, sfruttato e sospinto nell’oblio, sono uno schiaffo a queste democrazie in cui si cambia nome all’oppressione per un ulteriore feroce inganno, mentre la sostanza resta immutata e la presa in giro è certa.

 

 

Tags: donne e violenza

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